La vita, la morte e i miracoli di Gennaro, Vescovo di Benevento, Santo, Patrono di Napoli e per gli amici faccia 'ngialluta, sono strettamente legati all’origine stessa della terra che lo ha eletto a protettore e simbolo: il vulcano.


La leggenda vuole infatti che San Gennaro nel 305 d.C., trovandosi a Pozzuoli, si sia recato dal governatore della Campania Dragonzio, al fine di intercedere per la liberazione del diacono di Miseno Sossio, insieme al lettore della chiesa beneventana Desiderio. Il dialogo con il governatore deve essere tuttavia andato diversamente dalle attese, visto che Dragonzio comanda l’arresto anche dei due uomini e li condanna seduta stante ad essere sbranati dai leoni nell'anfiteatro di Pozzuoli. Quello che si dice un successo diplomatico.
Pare però che il popolo abbia dimostrato simpatia verso i condannati, cosa che avrebbe fatto mal digerire una pubblica e spettacolare esecuzione. Così, per evitare disordini, Dragonzio sospese la pena. Tuttavia il funzionario non era tipo incline ai sentimentalismi, comandò allora che a Gennaro e ai suoi compagni venisse troncata la testa lontano da occhi indiscreti.


I condannati furono così condotti in un luogo che non appare per niente casuale, quella Solfatara di Pozzuoli, da sempre limite fra la vita e la morte. È qui dunque, proprio nel Forum Vulcani, quasi a contatto con il magma da cui nascono tutti i Campi Flegrei, che Gennaro viene decapitato, ed è qui che il suo sangue, protagonista nei secoli a venire del famoso miracolo, viene raccolto.
Il filo rosso – la lava che lega San Gennaro all’attività vulcanica e al rapporto dei napoletani con essa- unisce il 305 d.C. ad un’altra data cruciale per la storia di Napoli, il 1631. Poco prima dell’alba del 16 dicembre gli abitanti di Napoli e provincia vengono svegliati da un boato e quando alzano gli occhi al cielo vedono letteralmente l’ira di Dio: il Vesuvio sputa lava e lapilli e una colonna di fumo si alza per centinaia e centinaia di metri. Come se non bastasse i vapori in poche ore generano piogge torrenziali, che formano colate di fango e alluvioni, contribuendo ad alimentare il panico.


Disperati i napoletani hanno un solo posto dove andare per salvarsi la vita o, quanto meno, l’anima: il Duomo dedicato al loro Santo Gennaro. Soltanto il Vescovo di Benevento, martirizzato proprio nella bocca di un vulcano, avrebbe potuto, con il suo intervento, arrestare l’incedere della lava e salvare la città dalla distruzione. Allora, un corteo con in testa il cardinale Buoncompagni- recante le ampolle con il sangue raggrumato e seguito dall’intera città supplichevole- muove proprio contro l'avanzata della colata lavica. Qualcuno riferisce che il santo sia apparso in testa alla processione benedicendo la folla. Passando per piazza Mercato il cordone giunse dunque al Ponte dei Granili, appena fuori le mura della città. Qui il miracolo. Il sangue si sciolse e, al contrario, la lava si raffreddò. La città era salva.


Da quel giorno il legame e la devozione dei napoletani per San Gennaro si è fatto solidissimo e viscerale e faccia n'gialluta avrebbe fatto parte della vita dei napoletani, nel segno dei vulcani da cui questa terra viene.

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